L'alba di Solange - La Recherche e si muove inquadrata da carrellate volanti o da zoomate improvvise

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    Sergio D’Amaro

    L’alba di Solange

    fotografia di Roberto Maggiani

    Alan si era adagiato sul poggiatesta dello scompartimento, vinto dal ritmo blando del treno. Solange entrò discreta e salutò, con fare cortese. L’uomo ne fu vivamente sorpreso.

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    eBook n. 109 Pubblicato da LaRecherche.it

    [ Romanzo ]

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    SOMMARIO PRELUDIO IN FORMA DI SOGNO GRANDI MAGAZZINI UN VIAGGIO INTERMEZZO IN FORMA DI SOGNO ACQUA E TERRA IL SORRISO DELLA MADRE L’ORDINE DEL QUOTIDIANO NOTE SULL’AUTORE

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    In my end is my beginning

    (T. S. Eliot, Four Quartets)

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    1. Preludio in forma di sogno

    Quel mio mare disumano è lì fissato in guizzi di figure e di forme che si sovrappongono disperatamente e la luce si alterna in una gigantesca parata di variazioni. Notre-Dame non dà sicurezza, ma tensione. Sorge d’un tratto come un monte solenne tra rive di fiumi che si incrociano ed è perfettamente indifferente agli incontri degli uomini che si scambiano merci e insulti per le strade o tra i muri. Dalla facciata illimitata sembra scaturire un sottofondo di note che si propagano come se fossero spinte da un vento mutevole che non si avverte. Ma forse non sono a Notre-Dame, sono davanti a uno schermo su cui l’immagine della cattedrale sembra stampata e si muove inquadrata da carrellate volanti o da zoomate improvvise. Deve trattarsi di un film o del solito documentario sui monumenti celebri. Ma a me non interessa se Nostre-Dame è realtà o finzione. Forse sono all’interno dello schermo, sono anch’io una vecchia pellicola ingigantita e proiettata in uno spazio irreale. Esco dal buio della sala. C’è una gran folla che sbraita senza pudore, si muove da una parte e dall’altra, alza bandiere e pennacchi. La folla, aizzata da un uomo con un grande cappello, entra nello schermo e si mescola a quella che è nei pressi della chiesa. Ne nasce un clamore indicibile, una sorpresa di occhi che si guardano con odio o con biasimo. Le braccia, le gambe, i petti di questa falange improvvisata sono spinti da una grande forza verso il centro di una piazza,

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    sembrano attratti magneticamente da un’unica determinazione: punire o addirittura uccidere un uomo terrorizzato che stava riprendendo la scena. Egli fugge, ha nel pugno ben stretta una cinepresa, fugge ma è fermo in quel punto dove ora è caduto l’attrezzo. L’uomo vuole raccoglierlo, finisce solo per attivare l’avvio del motore. È la sua immagine che ora si vede sullo schermo: sono io, ma di nome Alan, deforme. Egli, io, cioè Alan, siamo stupiti, non più terrorizzati. (Victòr, un mio amico, me lo aveva preannunciato: sarai deforme. Victòr mi piace perché è sincero, mi diede la notizia al club, davanti alle biglie della carambola: fai troppi sforzi con le tue povere spalle, guardi spesso al passato, pieghi le orecchie alle urla degli altri. Ed eccomi qua, Victòr, ecco la sagoma appena sbozzata di un gobbo, con un occhio orrendamente sfigurato, la bocca tagliata da uno squarcio. Eccolo lì, Victòr, il tuo Alan: ora è preso in piena luce, l’obiettivo non gli perdona i minimi segni del suo viso stravolto e del suo corpo contorto. Non cerca più di fuggire, è quasi calmo, anzi stupito della sua deformità. La folla smania, ma Alan non sente, attratto dalla figura di se stesso che lo induce a fermarsi, a ritagliare rapidamente qualche contorno che gli appartiene. Sotto i riflettori è lui, non c’è dubbio. Avevi ragione, Victòr, avevi ragione!). Quando la luce si spegne, la voce di quella turba immensa ricresce, si è fatta minacciosa. Alan è nascosto ma sa di essere gobbo. Allora fugge a cercare qualcosa, un rifugio, una camera oscura. Ha preso tra le mani tre o quattro foto, è giunto a una soffitta. Non è in grado di distinguere le foto.

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    Sa che sotto un coperchio o un tappeto deve esserci uno specchio. (Victòr adorava gli specchi, anch’io li adoro ma d’un timor panico. La cravatta è di seta, Victòr?). Lo specchio, solo con lo specchio sono visibili le foto. La soffitta è un pozzo, lo specchio è un mare e tutto è confuso, ad albe balenanti. Scivolo verso l’alto o il basso, senza alcun piacere o disperazione, con un senso magari di freschezza o di raggelamento. Ci sono molti tramezzi che dividono la soffitta, sembrano fissi e duri ma sono di uno speciale vetro elastico. Sul pavimento che sembra trasparente ci sono montature di occhiali, parrucche, orologi da polso. Appena si cerca di camminare, la soffitta si trasforma in tanti tunnel, alle cui pareti sono appese carte geografiche. Devono essere di un tipo particolare, se invece di continenti e paesi riportano infisse su sostegni conici o piramidali delle insegne o targhette con nomi di persone. Attraversare il tunnel è impossibile senza che quei nomi usciti da uno schedario automatico siano abbinati con un flash di straordinario potere ai ritratti degli individui che evidentemente ne sono i possessori. Forse essi sono i componenti della folla di prima, forse sono i tanti altri non entrati nello schermo. (Tu sai chi sono, Victòr? Tu che mi hai previsto deforme, tu che sei un fine studioso di fisionomie, riconosci certo quei volti e perché sono lì tutti in fila in quella galleria illuminata di flash). Deve succedere qualcosa quando Alan attiva i flash. In fondo al mare dello specchio appaiono nuvole di fumo. Sono incendi o scoppi, rovine di case, paesaggi sconvolti da una forza sovrumana. Ecco dove sono le montature di

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    occhiali, le parrucche, gli orologi da polso: sono sparsi su quei campi violentati, strappati come reperti a una civiltà distrutta. Forse a questo terminale di stragi conducono i tunnel, Alan ne ha più che sospetto o intuizione: lui che ora stringe nei pugni tre o quattro fotografie e che vorrebbe risalire dal pozzo, da quel pozzo fresco e scivoloso. Non può uscirne, non può risalire, perché i suoi occhi non guardano gli appigli o le rampe e la schiena è un fastidio doloroso e ingombrante. Adesso sa o crede di sapere perché è stato a Notre-Dame, in un film vecchio e glorioso, ma non ricorda di aver perduto la macchina fotografica. Era impegnato a correre, varcando lo schermo e cercando di raggiungere la porta. Aveva, così, smarrito come una maschera i suoi tratti originari, liquefatti dal caldo torrido di una lotta senza via d’uscita. Ero proprio qui a chiedermi la funzione di quelle strane carte geografiche, di quelle visioni orribili che lasciano solo disperazione e che ancora deformano gli occhi e li rendono ciechi. Sul fondo del mare dello specchio vedevo un grottesco corteo di gobbi, che si replicavano come da un’unica sagoma e che erano tanti Alan moltiplicati. Quegli stampi dalle linee rotte, ombre e macchie umane, si riversavano a un certo punto in un vaso, cadevano letteralmente in una sorta di anfora. Lì morivano e da lì balzavano di nuovo come profili di un tiro a segno esposti al fucile del giocatore. (Non rimpiangi talvolta il luna park, Victòr? Il puro darsi del caso, il rinascere in un sogno d’infanzia. E l’immancabile signora bionda pronta ad affascinarti, ad offrirti la possibilità di un tentativo, di uno

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    strappo. Ah, se la vita potesse rinnovarsi, riprendere un cammino interrotto o riaprirsi su un sentimento pulsante! Forse quelle carte geografiche indicavano anche questo, le vie e le rotte di una nuova America da conquistare con qualche buon sestante.) Chissà se Alan capiva e apprezzava i segnali. Certo c’era nel sogno un soffermarsi d’un tratto sul volto della donna del luna park, l’insistenza sui suoi occhi, sul suo muovere le parole nella bocca, sul corpo armonioso. Ella mostrava carte, carte da gioco o da chiromante, e le posava sul banco. Ed erano città quelle carte, paesaggi antichi, stampe, scorci stupendi di marine, boschi, campi. La donna parlava ma le sue parole non si udivano, Alan vedeva solo le labbra che si univano e si staccavano, erano un cuore che batteva, si contraeva e si distendeva. la donna diceva e guardava, le carte sembravano animarsi e diventare minuscoli monitor, e le città, i campi, le stampe si movevano come riprese da una macchina in corsa ad illustrare il mondo e le sue variegate bellezze. Avrebbe potuto anche lui vivere in quello spazio cangiante, decidere le distanze e i percorsi, definire i porti e gli approdi. La donna del luna park girava con elegante sicurezza quelle stranissime carte ottiche, sembrava muovere la mano o l’indice in segno di incoraggiamento e rideva all’evidente imbarazzo del suo ospite. Alan rimaneva incantato a quel sorriso, avrebbe voluto coglierne la bellezza e la grazia nei minimi fotogrammi di una pellicola ultrasensibile. Così, pensava, avrebbe assunto tutta la forza vivificatrice che ne spirava, ne avrebbe letto la piega più intima delle

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    motivazioni, se ne sarebbe finanche potuto i